Savoia, fascisti e mafia. L’Italia.

Leggo questo commento di Salvo Vitale a una delle tante polemiche che emergono periodicamente su antimafia e non antimafia. Che condivido. Immediatamente mi torna in mente un brano de Il Bandito della Guerra fredda, che pubblico di seguito, che in qualche modo fa da “spalla” a quello che Salvo va ragionando in questi giorni (per non dire anni e decenni). Non è una risposta a Vitale, ma un completare o corredare un discorso che nessuno sembra abbia voglia di affrontare con serietà (o semplice onestà intellettuale).

Dopo vent’anni di fascismo, coperto dalla casa Savoia, il Paese era allo stremo, schiacciato dall’avanzare degli Alleati e dalla potenza della Germania nazista. Se da un lato “la meglio gioventù” dell’epoca si mise in gioco nella Resistenza, nel dissenso attivo e nell’opposizione armata al regime – ponendo le basi della rinascita postbellica e di quella Costituzione che poi i nostalgici della prima e della seconda ora continuarono per decenni a voler gettare ai rovi –, dall’altro la società italiana rimase condizionata, fino ai nostri giorni, da una ferita che ne ha segnato e segna ancora il futuro del nostro Paese.

Se numerosi criminali di guerra come Messana (di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente) vennero posti in ruoli fondamentali dello Stato con il compito di “fermare” le stragi perpetuate dai reduci fascisti, dai mafiosi e dalla banda Giuliano; se i servizi segreti italiani vennero formati da personale formato e proveniente dalla peggiore tradizione poliziesca del regime; se furono riconfermati ruoli e incarichi di importanza pubblica, civile e politica a chi aveva trascinato – spesso lucrando – il Paese nella tragedia, poi non ci dovremmo sorprendere quando siamo costretti, ancor oggi, a cercare di capire quale sia stata davvero la natura e le finalità politiche della Strategia della tensione. E ancora, da dove siano emersi gli “anni di piombo”, le guerre di mafia, lo strapotere finanziario della criminalità organizzata. Senza contare i tentativi di golpe (almeno due) nel giro di dieci anni, dalla metà degli anni Sessanta alla metà dei Settanta (dove ritroviamo molti dei protagonisti degli anni di cui stiamo trattando).

Non serve nemmeno scomodare le ideologie per capire la natura del potere, soprattutto in Italia. L’evidenza della mercificazione del tutto – dai corpi alle idee – ci fa capire come l’unico motore sia sempre stato quello del potere inteso come insieme economico e sociale, famigliare e personale. Tutto il resto è solo fumo negli occhi.

Così come il Re, dalla bassezza del suo trono, scaricava Mussolini e incoronava Badoglio a guida del Paese, oggi l’Italia si mostra per quella che è e che è sempre stata: familista, settaria, clientelare, opportunista, fino a trasformare lo stesso opportunismo in ideologia e poi in violenza. Siamo un popolo strano, noi italiani. Un popolo prima di sudditi, ma anche, in seguito, di militanti (pronti a cambiare milizia al primo tentennamento) e oggi di consumatori, senza però mai diventare cittadini. Siamo un popolo di “anti”: anticomunisti, antifascisti, antidemocristiani, anticapitalisti, antimafia.

Antimafia, ovvero essere contro il potere criminale. Una battaglia nobile, che dovrebbe essere trasversale, plurale, sacrosanta, fatta di tante voci differenti che si fanno una. Per una società fondata sulla legalità, sulla democrazia, sulla pluralità, appunto, delle voci. Non è così. Il nostro bisogno di appartenere a microscopici “club”, circoli esclusivi, gruppi settari ci porta ogni giorno che passa a essere sempre più divisi, antagonisti verso noi stessi invece che verso il potere; rancorosi, sospettosi perfino su questa battaglia che non dovrebbe avere, per una società moderatamente sana, alcun distinguo. Non uniti contro un unico obiettivo, ma divisi e impegnati a farci la guerra fra di noi, a escludere invece che includere.

Le radici di questo “non essere cittadini” di un Paese che presumiamo essere “normale” sono profonde. Affondano nel nostro ritenerci sempre i più furbi. Profondamente rassicurati dalla nostra prassi comportamentale del “tengo famiglia”. E che famiglia furono i Savoia! E quanto di quel regio oscurantismo opportunista si trasferì poi nel fascismo. Specchio e prodotto dell’Italietta dei meschini interessi particolari, dei tornaconti di bottega, dell’ottusa indifferenza borghese, la monarchia italiana e il fascismo si aggrapparono alla più stucchevole retorica per dare sfogo, nell’ombra, ai propri biechi, bassissimi, interessi privati innominabili.

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