Come è nato “Il bandito della Guerra fredda”

La prima volta che sono stato a Portella della Ginestra è stato per caso, un viaggio in moto senza una meta precisa. Non so cosa mi spinse a fermarmi. Poi vidi le pietre e capì. Dieci anni fa, poi, a Partinico incontrai Giuseppe Casarrubea e passai un paio d’ore con lui a parlare. All’inizio non era molto disposto a parlare, poi credo di aver fatto la domanda giusta. Parlammo a lungo, un fiume in piena di date, fatti, nomi e circostanze. Era ossessionato, giustamente visto la sua storia (figlio di una delle vittime della strage di giugno), e discutemmo a lungo. Conservo il taccuino dove presi appunti. Solo dopo lessi i suoi libri. All’epoca, tornato fresco fresco dal Brasile, mi interessava più la mafia militare che insanguinava quel pezzo della provincia di Palermo su cui scrissi parecchio e che in parte raccontai su “A schiena dritta” il primo libro che ho scritto. Sembra passata una vita, ma ho un ricordo nitido di quella chiacchierata.

L’idea di scrivere “Il bandito della Guerra fredda” è arrivata dopo, lo scorso anno. Più volte mi ero trovato a incrociare più volte vicende originate dal passato mentre lavoravo prima a “Grande raccordo criminale” (scritto con Floriana Bulfon) e “Roma Brucia” mentre scavavo sul potere di Carminati nella capitale e non solo. E molto lavoro di ricerca l’avevo già fatto per scrivere il romanzo “In morte di don Masino” All’inizio avevo pensato di far pubblicare il libro su Giuliano a una collega, brava e coraggiosa. Era parecchio impegnata e con un contratto con un’altra casa editrice. Per un po’ l’idea rimase in piedi: l’ipotesi era scriverlo a quattro mani. Poi mi ritrovai da solo (un contratto di lavoro a tempo pieno non si rifiuta mai! E sono molto contento per lei) e ripresi tutte le carte che avevo e mi misi a caccia di carte nuove o che non conoscevo.

Non è stata una passeggiata anche se negli anni ero andato molto avanti con la ricerca. In 8 mesi ho terminato il lavoro di analisi e scritto il manoscritto. Un lavoro massacrante, anche perché da un lato non stavo attraversando uno dei momenti migliori della mia vita e per l’enormità degli impegni che comunque avevo preso su altri lavori in corso. Ma alla fine ci siamo riusciti. Perché un libro, soprattutto un libro del genere, non è mai un lavoro del tutto solitario. Che si sia riusciti ad arrivare a pubblicarlo lo devo alla casa editrice che mi ha sostenuto e a due giovani molto bravi che hanno sostenuto con il loro lavoro e la loro curiosità quello che usciva giorno per giorno dalla mia penna: Simona D’Agostino (che ha letto e verificato la primissima stesura del manoscritto) e Matteo Montaguti (che ne ha curato l’editing). A loro vanno i miei ringraziamenti. Grazie a loro fra dieci giorni sarà in libreria “Il bandito della Guerra fredda”.

C’è molto di me e della mia storia personale e familiare in questo libro. Dalle mie origini ferraresi alla mia storia politica e alla mia formazione. C’è molta attualità in quello che racconto nonostante sia un libro che parla di fatti di cinquanta anni fa e oltre. C’è molto di tutti noi. Questo senso sempre più diffuso di essere stati manipolati per settant’anni per coprire il peccato originale della Repubblica Italiana.

 

 

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