Come si costruisce una versione falsata di una strage

Un brano dal libro. Come si costruì la prima versione della strage di Portella della Ginestra.

Alle 18 in Prefettura a Palermo l’ispettore Messana – presenti l’onorevole Li Causi, il questore, il comandante della Legione dei carabinieri e ovviamente il prefetto – annunciava che era da ritenersi come unico responsabile della strage il latitante Salvatore Giuliano e la sua banda, e che si trattava di un atto di «comune banditismo». Per mesi questa fu l’unica pista ufficiale, sostenuta anche dal ministro dell’Interno Mario Scelba. E infatti il ministro, riferendo all’Assemblea costituente il giorno successivo, sostiene la versione dei fatti proposta a caldo da Messana, con un intervento che lascia a bocca aperta:

Il delitto si è consumato in una zona fortunatamente limitata – e sarebbe estremamente ingiusto generalizzare a tutta la Sicilia – in cui persistono mentalità feudali sorde e chiuse, che pensano di ripagarsi con l’imboscata o con una bravata fatta eseguire da arnesi da galera per torti ricevuti […]. Non è una manifestazione politica questo delitto: nessun partito politico intende organizzare manifestazioni del genere, non fosse altro perché è facile immaginare che i risultati sarebbero nettamente opposti a quelli sperati. Si spara sulla folla dei lavoratori non perché tali, ma perché rei di reclamare un nuovo diritto. Si vendica l’offesa, così come si sparerebbe su un singolo, per un qualsivoglia torto ricevuto, individuale o familiare […]. Con analoga mentalità […] anche se con moventi e finalità diversi, in altre regioni d’Italia si uccidono da altri criminali e con forme analoghe di banditismo, i proprietari. Lo dico a difesa della mia Isola, i cui avvenimenti sono spesso presentati in termini di eccezionalità che nulla hanno a che vedere con la realtà isolana, non diversa da quella del resto d’Italia.

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